La memoria del fondatore dell'Ordine Camaldolese veniva celebrata finora il 7 febbraio anniversario della traslazione delle sue reliquie. Il nuovo Calendario della Chiesa l'ha riportata, giustamente, all'anniversario della morte, il 19 giugno.
Il nome di San Romualdo, evoca immediatamente l'immagine dell'eremo di Camaldoli, nell'alto Casentino; ed è un'immagine di pace e di serenità, nel verde riposante della folta selva di abeti. Invece, la vita del suo fondatore fu irrequieta, agitata e raminga al di là di ogni immaginazione.
Era nato a Ravenna, verso il 952, da famiglia potente, dato che il padre era Duca della città. A vent'anni aveva lasciato il mondo per entrare nella famosa abbazia di Sant'Apollinare, fondata dai monaci Benedettini nella pineta di Classe, vicino a Ravenna. Ma non era pago della vita monastica, e insieme con un compagno, ottenne dai superiori il permesso di farsi eremita, ritirandosi sui colli veneti. Cercò a lungo un luogo che soddisfacesse il suo ideale di vita religiosa. Con molti compagni, tra i quali un Doge veneziano, San Pietro Orseolo, fuggi fino in Spagna, attratto dalla fama del cenobio di Cuxà. Ma dieci anni dopo è di nuovo a Ravenna, e incoraggia il vecchio padre nella sua decisione di farsi monaco a San Severo.
L'Imperatore Ottone III lo elegge Abate di Sant'Apollinare in Classe; ma l'anno dopo lo troviamo a Montecassino nell'abbazia fondata da San Benedetto, e che fu culla e guida dei monachesimo occidentale.
Si sa l'importanza che la Regola benedettina ebbe nell'Alto Medioevo, e la funzione insostituibile che i monasteri benedettini svolsero non solo nella vita religiosa, ma nella vita civile di quei secoli.
La società comunale che stava nascendo, era in larga parte figlia dell'opera materiale e spirituale dei benedettini. Ma in questa nuova società, San Romualdo senti presente la tendenza verso una spiritualità diversa. Intravide il bisogno di una vita religiosa dedicata prevalentemente alla contemplazione e alla solitudine.
Il Santo irrequieto si dedicò così con attività prodigiosa ad una riforma della Regola benedettina, dando vita a comunità religiose che stavano tra l'abbazia e l'eremo, tra il lavoro e la vita contemplativa.
La sua fu un'attività fecondissima. Fondò cenobi a Verghereto, a Lemmo, a Valdicastro, a Cassino, a Ravenna, a Roma. Due ne fondò a Siena, uno a Vallombrosa, uno a Fontebuona. Il più famoso e il più caro al Santo fu però quello sorto in mezzo alla verde selva di Carnaldoli, dal quale l'Ordine da lui riformato prese il nome.
Egli stesso, però, non poté godere a lungo della pace dei suoi romitori. Per tutta la vita ebbe a sopportare e superare difficoltà e opposizioni, calunnie e vere e proprie persecuzioni, incorrendo perfino in una ingiusta scomunica.
Soltanto la sua fine fu silenziosa, nel monastero di Valdicastro, rinchiuso in una cella dalla quale volle allontanare tutti i confratelli. Nessuno così fu presente agli estremi momenti del grande riformatore, nella notte tra il 18 e il 19 giugno del 1027.