| Località | Provincia | Festa |
| 21 giugno |

| Α | Ω |
| 9 marzo 1568 | Roma giugno 1591 |
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Note |
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Pare incredibile, ma la nascita di quel Santo che oggi si commemora solennemente, fu salutata da numerosi spari d'artiglieria la mattina del 9 marzo del 1568. Luigi era infatti il primo figlio che assicurava la discendenza di Ferrante Gonzaga, signore di Castiglione delle Stiviere. Nell'intenzione dei parenti, egli doveva essere un soldato, come il padre che fece indossare la divisa militare al proprio primogenito a soli quattro anni. Dal canto suo, il piccolo Luigi, portato un giorno nella fortezza di Casale, approfittò della distrazione degli artiglieri per far fuoco con una colubrina. Fu ritrovato tramortito tra la polvere e il fumo, ma non spaventato, e l'imprudente avventura fanciullesca fece gran piacere al padre e a tutti i soldati, che già salutavano nell'artigliere in miniatura un secondo Alfonso d'Este. Intanto, perché l'educazione del giovane principe fosse all'altezza dei tempi, Luigi fu inviato alla Corte del Granduca di Toscana. Ma a Firenze, i cannoni della Fortezza di Belvedere, confinante col Giardino di Boboli, non attrassero minimamente l'attenzione del giovinetto, il quale preferiva il raccoglimento mistico della Santissima Annunziata. Lì, dinanzi alla miracolosa immagine della Madonna, dipinta, si diceva, da un Angiolo, il rampollo della potente Casa dei Gonzaga fece voto alla verginità perpetua, e il padre, quando lo richiamò a Mantova, notò nel figlio un preoccupante mutamento. Ai trattati d'arte militare, Luigi, studiosissimo, preferiva le Meditazioni quotidiane del Canisio; allora, il marchese Ferrante, nominato Gran Ciambellano alla Corte di Spagna, pensò di portarsi dietro il figlio. Il fasto del più potente regno del mondo avrebbe certamente conquistato l’animo dell'adolescente, posto al fianco, nientedimeno, del principe ereditario, Diego. Ma quando Diego fu falciato dalla morte che non distingue tra nobili e plebei, tra coronati e galeotti, Luigi si confermò sempre più nella persuasione che il fasto, la ricchezza, la potenza in mezzo a cui era nato non erano che vanità delle vanità. Dovette affacciarsi allora alla sua mente il pensiero che poi mise in carta: « Non conviene che ci crediamo grandi, a causa della nostra nascita: anche i principi son cenere come i poveri; forse, cenere più puzzolente ». A Roma, nel Collegio dei Gesuiti, la sua umiltà, la sua mortificazione, la sua purezza e più che altro la sua intensa vita morale e spirituale stupirono superiori come San Roberto BelIarmino. « Che cosa faresti ‑ gli chiese un compagno durante la ricreazione ‑ se tu sapessi di dover morire all'istante? ». « Continuerei a giocare », rispose sicuro Luigi. Si sentiva pronto. Ogni momento della sua vita era rassegnato alla volontà di Dio. Quando, nel 1590, la peste colpì Roma, Luigi si prodigò con tutti i suoi confratelli, nell'assistenza. Una sera, trovato un appestato morente, se lo caricò addosso, felice d'aver trovato, sui propri passi, Gesù. Morì anch'egli di peste, nel 1591; ma nonostante ciò la sua cenere non appestava. Al contrario, profumava come un giglio. E il giglio è restato l'emblema di questo principe che rinunziò a qualsiasi altro stemma nobiliare. |
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