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La biografia di San Giuliano Ospitaliere, scritta nel XIII secolo da Jacopo da Varazze e inclusa nella Legenda Aurea, celeberrima raccolta in latino di vite di santi, è quella di un cacciatore di nobile stirpe al quale un cervo morente predice l’assassinio, per sua stessa mano, dei propri genitori. Giuliano fugge allora dalla sua terra verso luoghi lontani, dove spera non possa avverarsi la tremenda profezia. Ma dopo anni d’esilio la maledizione non manca di compiersi. Tornato all’alba da un viaggio nella sua nuova dimora, credendo di sorprendere nel sonno la propria moglie con un amante, Giuliano non esita a colpire, senza accorgersi che sotto le coltri giacciono invece suo padre e sua madre; giunti la sera prima a sua insaputa, gli sventurati erano stati ospitati dalla sposa stessa nella loro alcova. Dopo una dura espiazione, il parricida non mancherà di meritare la santità e il paradiso. Se nella storia dell’arte san Giuliano non ha avuto la stessa fortuna iconografica di molti altri santi, quali ad esempio san Giorgio, san Sebastiano o san Giovanni Battista, ciò è essenzialmente dovuto alla scabrosità della sua vicenda, comprensibilmente poco apprezzata in epoche di imperante quanto diffuso patriarcato. E tuttavia, tra il XIV e XV secolo, il personaggio conobbe una certa notorietà per lo più attraverso immagini che lo ritraevano in posa di nobiluomo di grande temperamento, del tutto ignaro del crimine che lo avrebbe reso famoso. Fatto eccezionale dunque poter ammirare, all’interno della bellissima mostra Masaccio e le origini del Rinascimento a San Giovanni Valdarno, esposti l’uno accanto all’altro, due diversi dipinti raffiguranti lo stesso rarissimo soggetto, eseguiti rispettivamente da Masolino da Panicale (1383 - 1435 ?) e da Masaccio (1401 - 1428). Quest’ultimo, ritenuto in passato suo allievo, collaborò invero con Masolino in varie committenze su un piano paritario, ma in realtà fu lui il primo vero grande innovatore della pittura rinascimentale, il cui straordinario talento andò ben oltre gli schemi tardogotici cui era rimasto legato l’artista più anziano. E le due versioni del san Giuliano messe ora a diretto confronto, ispirate entrambe alla Legenda aurea, ne forniscono una prova inconfutabile. Nella rappresentazione di Masolino, suddivisa in due scene, si vede san Giuliano dapprima intrattenersi col demonio (sotto le spoglie di un giovane ben vestito, ma riconoscibile dagli artigli al posto dei piedi) che gli suggerisce il tradimento della moglie; poi in atto di colpire il padre, dalla cui gola sgorgano vistosi rivoli di sangue. Il dramma per Masolino finisce lì, con la precisa, didascalica e tutto sommato alquanto fredda esposizione del massacro. Il demonio, assente nel testo di Jacopo da Varazze, è introdotto per attenuare la responsabilità umana di Giuliano. Nella versione di Masaccio la vicenda è ricostruita in scansioni diverse e con tutt’altro intento figurativo. Le tre scene in cui è suddivisa ne mostrano in sequenza i momenti essenziali. Nella prima Giuliano, dipinto di spalle, è in compagnia di un personaggio il cui carattere demoniaco - ammesso che del diavolo si tratti - non è proprio evidente. Particolarmente significativa è in questa scena la presenza del cane quale riferimento alla caccia, passione in diretto rapporto col sangue e col crimine che il santo compirà. Nella seconda scena, quella centrale, i genitori sono rappresentati stesi nel letto a delitto avvenuto, delitto che Masaccio, a differenza di Masolino, con una raffinatissima ellissi narrativa, evita di dipingere spostando l’intero peso della tragedia nella disperazione di Giuliano mirabilmente descritta nella terza scena. Dove, dopo aver preso atto del terribile equivoco, lo si vede sconvolto agitare le braccia di fronte alla moglie anch’essa esterrefatta. Una rappresentazione di notevolissima forza espressiva (in qualche modo anticipatrice di Adamo ed Eva della Cappella Brancacci), assolutamente inedita, per l’impatto emotivo, nel panorama pittorico del primo Quattrocento toscano. Sarà tuttavia uno scrittore della statura di Flaubert a rendere famosa quest’incredibile storia con uno dei racconti più memorabili, La leggenda di san Giuliano l’ospitaliere, che siano mai stati scritti e che non a caso Proust considerò addirittura come il vertice di tutta la produzione flaubertiana. Nel raccontare la parabola del santo, Flaubert sottolinea in particolare la vocazione del cacciatore, il suo ineffabile desiderio di veder scorrere il sangue fin da fanciullo. Un desiderio che cresce a dismisura e che nelle corse dietro animali d’ogni specie giganteggia a tal punto da procurargli smarrimento già al pensiero di vederli cadere abbattuti. La vista improvvisa di un magnifico branco di cervi gli toglie il respiro. "La speranza di una simile carneficina per alcuni minuti lo soffocò di piacere…". L’inclinazione di Giuliano a straziare i corpi delle sue vittime somiglia sinistramente alla più perversa delle attrazioni carnali, le estasi che gli procurano gli squarci da lui aperti nei loro ventri ad altrettanti orgasmi. Un’insolita sensualità pervade tutto il racconto fino alla vertiginosa scena conclusiva. Mai tanto sangue era stato sparso in così poche pagine, mai tanta implacabile furia era stata descritta nella sua ambiguità con altrettanta maestria. Assimilando il delitto contro la natura (gli animali) al delitto contro sé stessi (i genitori), Flaubert ha scritto un testo di grandissimo valore non solo letterario e poetico, ma anche etico, magari senza averne l’intenzione. |
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