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Località Provincia Festa
Roma Roma 16 aprile

 

 

Α Ω
S. Sulpice d'Amettes 1748 Roma 16 aprile 1783

Note

Sul tramonto del Mercoledì Santo, 16 aprile 1783, i ragazzi romani del rione Santa Maria dei Monti, corsero per le strade gridando: « E morto il Santo, è morto il Santo! ». E a chi chiedeva dove fosse morto, indicavano la povera casa del macellaio Zaccarelli.

Era stato infatti quel macellaio, che avendo visto la mattina dello stesso giorno il pellegrino barcollante nei pressi della chiesa, gli aveva offerto ospitalità in casa propria. Il pellegrino l'aveva accettata e si era lasciato distendere sul letto, a condizione di non essere spogliato.

A questo particolare qualcuno potrebbe sorridere, pensando all'ironia di certi scettici benpensanti dell'Ottocento, che definirono Giuseppe Benedetto Labre «il santo dei pidocchi ». In realtà, la vita condotta dal pellegrino mendicante e la sua sopportazione a tutti i disagi, compresi quelli dei parassiti, giustifica in parte la irriverente definizione.

Fin dall'età di 15 anni, Benedetto Giuseppe Labre aveva aspirato alla Trappa. Nato a Saint-Sulpice d'Amettes, in diocesi di Boulognesur Mer, nel 1748, manifestò fin da bambino inclinazione per la vita contemplativa e di penitenza. Alla madre, che lo rimproverava per certi sacrifici non confacentisi alla sua tenera età, rispondeva con affettuosa sollecitudine: « Non vi preoccupate, il Signore mi chiama alla vita della Trappa ed è bene che mi prepari per tempo a seguire quella via ».

Si era fatto pellegrino, non per il gusto di girovagare, ma per recarsi, a piedi, alla porta delle varie Trappe francesi, alle quali bussò invano. Troppo giovane da prima; troppo debole poi. E lungo le strade poté appagare il desiderio della preghiera nei santuari della Francia, della Spagna, dell'Italia.

La condotta di quel giovane penitente appariva così strana, che molto spesso fu creduto un malfattore, un ladro o un furfante.

Soltanto i penitenzieri dei santuari, dopo aver ascoltato la confessione di quello straniero, erano come abbagliati dalla sua luce interiore. Lo ricercavano tra la folla dei pellegrini, per trattenerlo, ma Benedetto Giuseppe Labre si sottraeva, riprendendo il suo viaggio.

Tra tutti i santuari, egli predilesse Loreto e fra tutte le città elesse Roma come sua patria spirituale.

E a Roma fu visto in preghiera in ogni chiesa, spesso in due chiese diverse, nello stesso momento, per il dono dell'ubiquità; in estasi dinanzi agli altari, sollevato da terra.

Poverissimo mendicante, si comportava da gran signore, fra gli altri accattoni, donando ciò che riceveva in elemosina. A chi gli chiedeva il segreto della vita soprannaturale, rispondeva: « Bisogna avere tre cuori riuniti in uno solo: un cuore per l'amore di Dio; un cuore per lo zelo verso il prossimo; un cuore per il disprezzo di sé stesso ».

Ecco perché il popolo romano già lo chiamava Santo prima che cadesse moribondo sulla soglia di Santa Maria dei Monti.

Per sollievo egli non chiedeva che un sorso d'aceto. E a chi gli consigliava invece buon vino dei Castelli, rispondeva: « Qualcuno l'ha già bevuto e ha sofferto più di me in questa settimana ». Era un severo richiamo alla perenne Passione di Gesù, che il mondo dimenticava, illudendosi di potersi salvare senza il sacrificio della croce.