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prete martire

Località Provincia Festa
    11 maggio

 

 

Α Ω
   

Note

Al nome di Sant'Antimo è legata, pietra su pietra, una delle più interessanti costruzioni d'architettura romanica esistenti nella campagna toscana. Fin dal IX secolo, infatti, i monaci Benedettini avevano dedicato a Sant'Antímo una grande abbazia che sorge, solitaria e severa, tra Siena e Grosseto, sulle pendici vulcaniche dei Monte Amiata.

Ma di Sant'Antimo uomo non si sa molto, anzi si sa molto poco. Non per questo, però, la sua figura storica è meno sicura e meno reale del corpo di pietra squadrata e lavorata che dalle balze dell'Amiata ripete il suo nome e testimonia l'antica devozione al Santo. Nativo di Nicomedia, in Bitinia, fu prete e predicò a Roma, o più probabilmente nella Sabina. Imprigionato una prima volta, guarì miracolosamente il Proconsole Piniano, per intercessione della di lui moglie, Lucina. Questo fatto prodigioso portò alla conversione l'intera famiglia di Piniano, che non solo liberò i prigionieri cristiani, ma li nascose ai persecutori.

Catturato una seconda volta, fu gettato nel Tevere, gonfio di acque giallastre per la piena. Un Angiolo lo trasse a volo dai flutti insidiosi e lo ricondusse incolume al suo piccolo oratorio. I soldati lo ritrovarono lì, in preghiera, e lo trascinarono alla decapitazione, al ventiduesimo miglio della Salaria, la strada che porta a Rieti.

E’ curioso che ad un Santo il cui ricordo è affidato quasi esclusivamente ad un'opera d'architettura, sia attribuito l'episodio della distruzione di un tempio. Si narra infatti che Antimo, insieme con un gruppo di contadini della Sabina, da lui convertiti, abbia demolito un tempietto dedicato al dio italico Silvano.

Come indica il nome, Silvano era protettore e custode dei boschi, e per quanto fosse una divinità minore, il suo culto aveva una certa importanza nella religiosità pagana, ai tempi del primo Cristianesimo. L'Imperatore Traiano gli aveva dedicato un tempio sull'Aventino, chiamandolo addirittura Santo Silvano salutare.

La venerazione di Silvano si spiega facilmente sapendo ch'egli era considerato anche protettore delle greggi e dei frutteti. La sua superstizione doveva perciò avere una forte presa nella mente dei mandriani e dei contadini, gelosi delle loro ricchezze e sempre timorosi dell'incerta fortuna delle stagioni.

L'abbattimento del tempietto di Silvano, narrato dalle leggende, fu dunque un segno materiale, tangibile, eloquentissimo dei tempi nuovi e della nuova luce che si era fatta strada anche nell'anima e nelle menti dei contadini della Sabina, convertiti dalla predicazione di Sant'Antimo.